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Stefano Pelloni, il bandito dell'Emilia Romagna dell'800

passatore

Romagna solatìa, dolce paese
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada e re della foresta.

Giovanni Pascoli

Stefano Pelloni, rimasto come il più conosciuto tra i briganti romagnoli, nacque nel 1824 a Boncellino di Bagnacavallo, ultimo di dieci figli.

Da ragazzo fu mandato dai genitori in una scuola privata, con lo scopo di prepararlo al sacerdozio, ma ne uscì dopo la terza elementare, in seguito a varie punizioni per il suo carattere indisciplinato. Grazie al lavoro del padre conobbe contrabbandieri, banditi e ladri, scoprendo la vita miserabile alla quale la popolazione era obbligata per colpa dei più potenti. Poco per volta Stefano maturò la convinzione che l'unica via d'uscita da questa situazione era quella della violenza e pensò di costruirsi una rete di confidenti e di collaboratori di vario genere tra le bande locali.

Durante una lite nella piazzetta della chiesa di Pieve di Cesato, Pelloni tirò un sasso a un suo coetaneo che lo aveva più volte provocato, ma il colpo uccise accidentalmente una donna incinta che proprio in quel momento si trovava sul sagrato della pieve. A seguito dell’omicidio colposo Pelloni venne condannato ed incarcerato a Bagnacavallo, da dove fuggì pochi mesi dopo.

Ormai diventato un ricercato a tutti gli effetti, il giovane si unì a una banda locale che agiva tra Brisighella e Casola Valsenio, di cui verso il 1847 divenne uno dei capi e inoltre unì le sue forze con quelli di altre due bande locali. La sua banda era intraprendente e capace di spietate violenze, ed arrivava almeno a 130 uomini, prevalentemente braccianti, coloni, contadini e anche qualche artigiano.

Poco prima che una notifica pontificia del 1849 obbligasse i cittadini romagnoli a consegnare tutte le armi, il Passatore iniziò ad alzare il tiro. Nelle province di Bologna, Forlì, Ravenna e Ferrara, la banda di Pelloni agì con successo per ben tre anni, eludendo la gendarmeria pontificia e austriaca grazie ad una vasta rete di spie, e connivenze con la poverissima popolazione, ripagata con i denari sottratti ai cittadini più ricchi, contribuendo a creare la fama del Passatore come un Robin Hood romagnolo.

Colpì ben sette cittadine e arrivò fino a Castrocaro e a Modigliana che allora erano parte del Granducato di Toscana, oltre a derubare numerose persone facoltose e ne uccise almeno otto, arrivando persino a dare l'assalto alla diligenza dello Stato pontificio.
Tra le gesta più celebri del Passatore si ricorda l’impresa di Forlimpopoli, risalente alla notte del 25 gennaio 1851.

Durante l'intervallo di una rappresentazione una quindicina di briganti fece irruzione nel teatro comunale, saliti sul palcoscenico puntarono le armi contro gli spettatori ed iniziarono a rapinare i più ricchi tra gli spettatori, mentre gli altri furono accompagnati nelle proprie case e usati come lasciapassare per entrare e ripulirle di ogni bene prezioso.
Ormai braccato su tutti i fronti, il Passatore, invece di cercare un rifugio nell'alta Romagna o nel Granducato di Toscana, continuò ad indugiare nelle campagne intorno al suo paese e il 23 marzo 1851, a causa del tradimento di uno dei suoi uomini, rimase ucciso in uno scontro a fuoco con la gendarmeria pontificia in un capanno di caccia nei pressi di Russi.
Il suo cadavere fu trasportato su un carretto per la Romagna, allo scopo di convincere la popolazione della sua fine, oltre che per smitizzarne le gesta.

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